SASCIA poesie

2 novembre 2013 § Lascia un commento

OCCHI

Di nero e d’oro veste la sera

lenta avanza ad incantare gli occhi

che nudi nella notte di luna

e storditi di vino e sogni

si concedono svelati

a mostrar di lucidi bagliori

il riposo dei tuoi pigri pensieri

Solo riflessi di porpora e di sale

come arditi segreti

si abbandonano a consumar di grazia e risa

il nostro inaspettato incontro.

Sascia Giannini

DONNE STRAORDINARIE:PETRONILLA

1 marzo 2012 § 2 commenti

Ieri la mia vicina,Carla,piemontese,di Cuneo, è venuta ad insegnarmi a fare i biscotti , abbiamo degli intensi scambi  culinario-maglieristici:lei mi fa un semifreddo allo zabaglione e io un golfino per la nipotina; dicevo avevamo appena finito i biscotti e le MERINGHE (perchè mica vorrai buttare le chiare d’uovo avanzate..) e mi è venuto in mente di controllare la ricetta su un libro e il primo che ho preso era proprio Petronilla, ed eccovi quindi lo spunto per parlare di questa donna straordinaria.

QUI trovate le sue ricette

Mi ha sempre colpito il suo modo di parlare, che evidentemente era adatto ai tempi,e il modo in cui spiega le sue ricette, così poco da scienziata quale era in realtà.

Mi sono documentata nel web naturalmente, eccovi il risultato:

Petronilla,alias: Amalia Moretti Foggia, il 3° medico-donna d’Italia.

Era la figlia più grande di una farmacia.

Nel senso che la tradizione di famiglia, ormai da 3 generazioni, era quella di farmacisti. Il padre, Giovan Battista Moretti Foggia, farmacista in Mantova, e e proprietario della famosa farmacia di Santa Lucia era erede di Giovan Battista Foggia che nel 1711 aveva acquistato proprio quella farmacia che poi aveva lasciato in eredità ad un nipote, Bartolommeo Moretti con l’obbligo però di beccarsi anche il cognome Foggia.

Di li iniziò la sequenza, che vi risparmio, di figli che subentravano ai padri, di Moretti Foggia che sostituivano Moretti Foggia nella conduzione e proprietà della farmacia.

Il padre, Giovan Battista,   era insegnante di chimica al locale liceo, traduttore di opere in dialetto Mantovano nonché autore di un diario molto dettagliato sulla storia familiare.

Amalia era nata nel 1872 ,nel 1891  si iscrive a Padova a Scienze Naturali

Si forma nel clima più vivace della cultura di fine secolo, con una amicizia di famiglia con il prof. Roberto Ardirò, spretato e messo all’indice ma anche padre del positivismo italiano.

Ma la nostra Amalia era certamente attratta dalle grandi donne che si affacciavano alla vita pubblica: Matilde Serao, Angelica Blabanoff e quella Anna Kuliscioff che poi diverrà sua amica a Milano.

 Nel 1898 prende la laurea in medicina a Padova

Addirittura la Regina Margherita , accesa femminista, volle incontrarla a Roma.

La nostra Amalia è tosta; viene notata dal Prof. Augusto Murri (quello che ha inventato il purgante RIM) ed inizia a fare l’assistente all’Ospedale di Firenze con l’obbiettivo di specializzarsi in pediatria.

Con il nuovo secolo è finalmente a Milano, in quella che sarà la sua città.

La città è appena uscita dai massacri di Bava Beccarsi e la situazione sociale e sanitaria degli operai è disastrosa.

La nostra inizia collaborare con le istituzioni filantropiche e trova il primo lavoro come medico fiscale alla Società Operaia Femminile.

Nel 1902 viene assunta alla Poliambulanza di Porta Venezia ed ha la sua prima vera casa in via Tadino.

Come dice il quotidiano La Provincia di Mantova il 12 settembre 1902 “Ieri l’altro a Milano la distinta concittadina signorina dottoressa Amalia Moretti Foggia si è impalmata con l’egregio dott. Domenico Della Rovere.”

Continua a lavorare sia all’ambulatorio di Porta Venezia sia al proprio, ma con particolare attenzione ai poveri, alle famiglie operaie alle quali offre non solo servizi medici, spesso gratuiti, ma anche consigli, indicazioni di vita, fino a combinare matrimoni, riconciliazioni familiari e quant’altro poteva favorire i più piccoli.

Una sorta di missionaria laica, una di quelle belle figure che Milano ci ha spesso regalato.

Uno dei molti personaggi che frequentavano la casa dei Della Rovere-Moretti Foggia (ma come facevano con il cartellino del campanello?) era il direttore editoriale del Corriere della Sera, Eugenio Balzan.

Era dal Corriere che si era staccata la costola della Domenica del Corriere che aveva raggiunto una diffusione enorme, considerando l’analfabetismo che grazie a Dio non ci mancava.

Proprio sulla Domenica del Corriere, nel ’26, appare una rubrica “Il parere del medico” tenuta dal Dott. Amal.

E’ la nostra Amalia Moretti Foggia che in questo modo camuffa, senza però rinunciarvi, la sua femminilità e soprattutto inizia un dialogo ininterrotto con un pubblico popolare.

Sarà la prima e vera informazione sugli aspetti igienici, sulle norme comportamentali e sulla medicina moderna in un Paese ancora legato alle credenze popolari e, diciamolo, piuttosto sudicio.

Non a caso Amalia parla anche volentieri delle erbe medicinali, per entrare in sintonia con il suo pubblico popolare.

Dopo un paio di anni di successi della rubrica medca la Domenica pensa ad istituire una rubrica di cucina.

E anche questa viene affidata ad Amalia Moretti Foggia.

Finalmente vi posso dire perché l’ho fatta tanto lunga con questa Amalia.

Perché il nome che sceglie per condurre questa rubrica è PETRONILLA .

Ora posso anche dire la fonte delle informazioni. E’ il bel libro di Renzo Dall’Ara Petronilla e le altre, edizioni Tre Lune.

Il nome prescelto deriva probabilmente dalla famosa striscia di Arcibaldo, giunta sul Corriere dei Piccoli fin dal 1921 ed è quindi molto autoironica.

Continuò a pubblicare le sue rubriche anche durante la guerra e morirà nel 1947 nella sua casa di via Sandro Sandri 2.

Ma la “grandezza” di Petronilla sta nel fatto che parla per un pubblico popolare e le ricette sono nel novero di quelle “possibili” per il pubblico di riferimento e nello stesso tempo sono “sane”.

La gastronomia si mescola quindi con l’igiene e con la fantasia, la creatività va a braccetto con le disponibilità economiche ridotte delle lettrici, nelle ricette di Petronilla.

Che poi non sono ricette, ma brevi racconti di vita familiare, vivaci ed arguti.

Durante la guerra Petronilla edita la sua ultima raccolta   “ 200 suggerimenti per ….. questi tempi”

Nella prefazione si legge “Ecco qua, alcuni suggerimenti proprio per voi.

Per voi, figlie, mogli, mamme che, da una sorte non certo benigna, foste destinate a vivere in questi tempi di guerra spaventosa che sconvolge l’intero mondo e quindi … di continue mancanze di quanto ci sembrava assolutamente indispensabile; di preoccupazioni le più gravi sul bilancio familiare che di giorno in giorno diventa sempre più costoso; sulla sorte di chi ci è lontano e si vorrebbe tanto vicino; di trepidazioni sul destino che ci attende e (purtroppo!) anche di dolori, di dolori atroci e che spaccano il cuore”

E seguono 200 consigli per cucinare con “niente pasta, niente grassi, … poche gocce d’olio ….. e così risparmiando”.

Nel dopoguerra saranno il grande Massimo Alberini, lo storico della gastronomia, e la rivista “La cucina Italiana” a valorizzare la figura di Petronilla.

Ecco, ho dedicato tutta questo capitolo ad una figura che a me sembra davvero grande, come persona e come gastronoma.

Soprattutto per questa “storicità” delle sue proposte e per la genialità con cui delle limitazioni essa faceva talvolta una “ricchezza”. Finalmente qualcuno che non va dietro le mode ma segue le necessità, che porta innovazione, stimoli e colori anche sulle tavole più modeste.

A me sembra questa una cosa di grande modernità.

Vi regalo in fondo questa ricetta e ditemi se non è anche leggera e dietetica.

Salse maionesi per ….questi tempi (con un solo cucchiaio di olio)

Sospira l’una e sospira l’altra: “ Squisiti sono i pomidoro crudi con un giallo e sodo ponticello sopra ciascuno ma …. “

“Ultra squisita è un’insalata di varie verdure lesse, ma …..“

Ma … come poterli preparare questi piattini prelibati e tutti quanti adatti anche ai tempi attuali, se tutti quanti esigono la gialla salsa maionese, e se la salsa maionese esige – oltre a uova, limone, e lunghissimi rimescolamenti – anche olio tanto, tanto, tanto ? Come fare ?

Ebbene, si può. Con un solo tuorlo, un solo cucchiaio di olio, il succo di un limone e gli indispensabili rimescolamenti, si può presentare una salsiera colma di soda e squisita maionese purchè …. Si possieda un mortaio di marmo con il suo relativo pestello di porcellana o di legno.

E se volete fare l’esperimento di questa maionese che di un solo cucchiaio intacca la bottiglia dell’olio ….

Lessate una patata grossa quanto un grosso uovo; pelatela; pestatela e ripestatela nel mortaio;

aggiungete un torlo d’uovo crudo, un pizzico di sale e con il pestello pestate e ripestate;

unite un cucchiaio (uno solo) d’olio, e ancora pestate, pestate e ripestate;

lasciatevi sgocciolare tutto il succo di un bel limone succoso, e pestate, e pestate, e pestate sino a che avrete ottenuto una pastella spumosa, levigata e soda …… talmente anzi soda che (se la consistenza ne fosse eccessiva) dovete anche aggiungere un goccio d’acqua per ridurla alla giusta consistenza di una comune maiones, il 3° medico-donna d’Italia.

  

 http://www.coquinaria.it/archivio/storiasemiseria/capitolo58.html

Petronilla e l’arte di cucinare senza cibo

Ecco quindi la genialità della sua intuizione: «Petronilla suggerisce nuove tecniche e accorgimenti che consentano di mettere in tavola gli stessi piatti di prima ma senza gli stessi ingredienti ormai introvabili. E’ un vero e proprio inganno al palato, che permette, con qualche virtuosismo, di servire una crème caramel senza latte né uova, una maionese senza olio, una cioccolata in tazza senza cioccolata…», come ricorda Miriam Mafai, in Pane nero, il volume che tratteggia mirabilmente questa figura.

Ma per capire come sia arrivata a questo bisogna tornare agli inizi del suo percorso.

È il 1895 quando, dopo una laurea in Scienze conseguita presso l’ateneo di Padova, la giovane Amalia arriva a Bologna e di lì, infine, nel capoluogo lombardo. Sono tempi difficili, in particolare per la donna, relegata nel chiuso delle pareti domestiche. Ma Amalia non demorde e con una «dote» di 500 lire in tasca, avvia la ricerca di lavoro sostenuta dalle «femministe» dell’epoca: Alessandrina Ravizza, Paolina Schiff, Linda Malnati e, soprattutto, Emilia Maino. È proprio grazie alla Maino se Amalia, nel frattempo laureatasi anche in medicina, ottiene un posto come medico fiscale presso la Società operaia femminile. Poco tempo dopo, nel 1902, la giovane dottoressa viene assunta presso l’ambulatorio della Poliambulanza di Porta Venezia, ove lavorerà per circa quarant’anni, sempre con una attenzione particolare ai poveri e alle famiglie operaie alle quali offre non solo servizi medici, spesso gratuiti, ma anche consigli, indicazioni di vita, fino a combinare matrimoni, riconciliazioni familiari e quant’altro poteva favorire i più piccoli. Una sorta di missionaria laica come tante altre nella storia di Milano che ci rendono conto di un premio come l’Ambrogino d’oro.

Petronilla_Ricette-tempi-eccezionali.jpgIn ogni caso, è in questo contesto che sviluppa le sue intuizioni. A fargliele mettere in pratica penserà il destino. Uno dei molti personaggi che frequentavano la casa dei Della Rovere-Moretti Foggia era, infatti, il direttore editoriale del Corriere della Sera, Eugenio Balzan. Fu lui ad affidarle, nel ’26, la rubrica della Domenica del Corriere “Il parere del medicosotto lo pseudonimo di Dott. Amal. Inizia così un dialogo ininterrotto con un pubblico popolare che costituirà la prima e vera informazione sugli aspetti igienici, sulle norme comportamentali e sulla medicina moderna in un Paese ancora legato alle credenze popolari. Non a caso Amalia parla anche volentieri delle erbe medicinali, per entrare in sintonia con il suo pubblico popolare.
Il successo è tale che dopo un paio di anni di la Domenica del corriere pensa di istituire anche una rubrica di cucina da affidare sempre ad Amalia Moretti Foggia che stavolta sceglie lo pseudonimo più apertamente femminile di Petronilla.

La passione per la cucina trova così modo di emergere. Attraverso le preziose righe della rubrica “Tra i fornelli“, la dottoressa-cuoca comincia a dispensare i suoi consigli per una corretta e sana alimentazione. La stessa Amalia descriverà il suo compito: «... intorno all’eterno tema che – dopo quello dei mondiali eventi – tiene sottosopra, in questi tempi, ogni cuor… sul modo di sbarcare il lunario mangereccio, consumando poco grasso, poco riso, poca pasta, poca farina e poco zucchero, spendendo pochetto ma nutrendo bastevolmente».
E l’ennesimo successo non tarda ad arrivare. Le ricette «per tempi eccezionali» di Petronilla conquistano rapidamente l’immaginario delle famiglie italiane, che mettono in tavola succulente pietanze senza vuotare le tasche. Raccolte in veri e propri ricettari nei quaderni della Collana di perline della Petronilla (editi da Sonzogno), costituiranno per i decenni a venire un prezioso scrigno con cui coniugare fantasia e risparmio.

Naturalmente questa nuova avventura non tradisce la sua vocazione e formazione precedente. «Oh, non pensatemi di professione cuoca; né da mane a sera fra pignatte e padelle ad almanaccare nuove pietanzine e piatti ricercati! – confidava alle sue lettrici – … ma soltanto (e come ognuna di voi, probabilmente), una qualunque donnetta di casa che in gioventù ha imparato a cucinare (come ognuna di voi avrà certo imparato) sotto la sola guida della sua mamma. … che, sposa  ha voluto (come ognuna di voi avrà certo voluto) perfezionarsi alquanto tra i fornelli della propria cucina… per maggiormente approfondirsi nel ramo più saggio e pratico della scienza femminile…».

Petronilla-Moretti-della-rovere.bmp
La “grandezza” di Petronilla sta nell’aver saputo parlare a un pubblico popolare proponendo ricette che erano nel novero di quelle “possibili” per il pubblico di riferimento e sono nello stesso tempo “sane”. Nelle ricette di Petronilla la gastronomia si mescola quindi con l’igiene e con la fantasia, la creatività va a braccetto con le disponibilità economiche ridotte delle lettrici di allora. A far breccia nel cuore del pubblico sono però, probabilmente, proprio il linguaggio e la verve comunicativa di Amalia. Le sue non sono ricette vere e proprie nella forma in cui ci aspetteremmo di trovarne oggi, ma brevi racconti di vita familiare, vivaci ed arguti.
Nella prefazione di “200 suggerimenti per ….. questi tempi“, il suo ultimo ricettario, pubblicato in tempo di guerra, Amalia scrive “Ecco qua, alcuni suggerimenti proprio per voi.
Per voi, figlie, mogli, mamme che, da una sorte non certo benigna, foste destinate a vivere in questi tempi di guerra spaventosa che sconvolge l’intero mondo e quindi … di continue mancanze di quanto ci sembrava assolutamente indispensabile; di preoccupazioni le più gravi sul bilancio familiare che di giorno in giorno diventa sempre più costoso; sulla sorte di chi ci è lontano e si vorrebbe tanto vicino; di trepidazioni sul destino che ci attende e (purtroppo!) anche di dolori, di dolori atroci e che spaccano il cuore“. E seguivano 200 consigli per cucinare con “niente pasta, niente grassi, … poche gocce d’olio ….. e così risparmiando“.

D’altra parte insieme alla passione per le scienze aveva ereditato dai suoi avi anche una certa passione per le lettere e la scrittura che l’ha fatta avvicinare a personaggi noti in questo campo come Ada Negri. Il carteggio tra Amalia e la poetessa lodigiana è divenuto persino un libro, tanto è stato intenso e significativo. Come la loro amicizia, del resto.

Amalia continuerà a scrivere le sue rubriche anche al termine del conflitto, fino alla sua morte avvenuta nel 1947 a Cusano.

Dopo di lei saranno il grande Massimo Alberini, lo storico della gastronomia, e la rivista “La cucina Italiana” a valorizzare la figura di Petronilla. Ma se oggi se ne riparla è perché ricettari come quelli di Amalia o dell’Artusi e di chi è venuto prima e dopo di loro, possono dirci molto sulla storia del popolo in seno a cui sono nati. Dai ricettari, infatti, di può venir a conoscenza degli usi e costumi di una data area geografica, delle sue vicende storiche, persino della sua evoluzione linguistica. Si può sapere come vivono gli uomini e le donne a cui sono rivolti e quali problemi possono avere. Se volete approfondire questo aspetto vi invito ad andare nel sito del progetto di educazione agro-alimentare Eng:ing, oppure la pagina della biblioteca gastronomica dell’Accademia Barilla

Per approfondire la conoscenza della protagonista del nostro post di oggi vi rimando, invece, alle fonti.
Fonti:
Roberta Schira – Alessandra De Vizzi, Le voci di Petronilla, Salani Editore, 2010;
Miriam Mafai, Pane nero, Ediesse, 2008;
Renzo Dall’Ara, Petronilla e le altre, edizioni Tre Lune;
Daniele Rota, Cara amica ti scrivo, firmato Ada Negri, Cattaneo editore, 2002, recensito sul Corriere della sera da Caterina Belloni.

NAZIM HIKMET

1 febbraio 2012 § Lascia un commento

In questa notte d'autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini

Nazim Hikmet Nazim Hikmet Ran (1902-1963) è stato un poeta turco naturalizzato polacco. Riconosciuto come uno dei primi fra i poeti turchi ad utilizzare la tecnica dei versi liberi, ha conosciuto una grande notorietà anche in Occidente e la sua produzione letteraria è stata tradotta in diverse lingue. La sua opera poetica è stata omaggiata nel 2002, quando la Giornata mondiale della poesia proposta dall'UNESCO venne dedicata ai testi poetici di Hikmet. 

Anima mia

Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà

anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi pian piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.


									

1 febbraio 2012 § Lascia un commento

Un baiser apaise la faim, la soif.

IL BACIO

DI RODIN

.Le-baiser

 

Les mains, RODIN.

Ta main      18 10 2004

ta ferme main d’homme

offerte, serrant la mienne

paume contre paume,

stimulante pour mes dires,

apaisante pour mes craintes

toujours franche sur le fond

de nos accords intérieurs,

mais jamais molle dans la façon

de retenir mes doigts

dans la chaleur de notre échange

silencieux et fort,

comme  la mousse sur la pierre

ou le vent sur la plante.

Clotilde Astruc

 poème-mains

 

 

 

MAXXI MUSEO DELLE ARTI DEL XXI SECOLO ROMA

8 gennaio 2012 § 1 Commento

http://www.fondazionemaxxi.it/

 

 

 

CREPEREIA

8 gennaio 2012 § 1 Commento

 

Alle pendici del colle Celio, nel luogo ove furono le scale del tempio dell’imperatore Claudio, divinizzato da Nerone, sorge un palazzotto realizzato dall’architetto Nicola Salvi -l’autore della Fontana di Trevi- sede di un museo denominato Antiquarium Comunale . Nel giardino sono esposti elementi architettonici di tutti gli stili adottati dai Romani, varie fogge di mosaico pavimentale, diverse stele funerarie ed altri elementi ornamentali, un campionario completo dei marmi pregiati provenienti da ogni parte dell’Impero romano. All’interno si conservano importanti affreschi antichi, staccati dai muri delle case scavate dagli archeologi nell’Ottocento e nel Novecento. Vi sono poi reperti relativi agli impianti idraulici: tubi di piombo, pompe e quant’altro attinente agli acquedotti ed alla distribuzione dell’acqua pubblica. Ma l’oggetto più prezioso dell’Antiquarium è il corredo funerario della giovane romana Crepereia Tryphaen, il cui sarcofago fu ritrovato nel 1889 durante gli scavi per la costruzione del palazzo di Giustizia sul Lungotevere.

Questa ragazza vissuta nel II secolo dopo Cristo, morì intorno ai vent’anni, forse di parto, dopo un breve matrimonio. Quando novella sposa si trasferì nella sua nuova casa, recò con se un giocattolo al quale -evidentemente- era molto legata: una “pupa”, una bambola d’avorio con il suo corredo. La bambola è alta circa 20 centimetri ed ha le articolazioni snodate alla spalla, all’anca e persino al gomito ed al ginocchio, snodi che nemmeno oggi possiede la più famosa delle bambole. Le mani hanno le unghie, i piedi sono perfettamente delineati ed il volto, decisamente bello, è sovrastato da capelli disposti in un’acconciatura di sei trecce raccolte sul capo a corona, la pettinatura tradizionale delle spose romane. Nella vetrina sono esposti la scatola che doveva contenere gli abiti della bambola ed un piccolo pettine. Vi sono inoltre anelli ed altri gioielli di Crepereia, non particolarmente preziosi, ma di discreta fattura.

E’ commovente osservare quest’oggetto così raffinato che è giunto sino a noi dopo quasi duemila anni, una testimonianza dell’amore di chi lo donò e dell’attaccamento di una fanciulla ad un giocattolo a lei talmente caro da chiedere di portarlo nell’ultimo viaggio ed averlo con se per sempre.

“Marìca” le origini del nome

29 settembre 2011 § Lascia un commento

Marica (da pronunciarsi Marìca) è una divinità italica. Ninfa dell’acqua e delle paludi, era signora degli animali e protettrice dei neonati e della fecondità. Per questi suoi caratteri ricorda da vicino la dea Diana. Il suo nome deriva probabilmente dalla base mediterranea *mara che significa “palude”.

Gli Ausoni anche detti Aurunci le dedicarono un grande tempio presso Minturno, edificato probabilmente attorno al quarto secolo a.C., sulla riva destra-nord, in prossimità della foce del fiume Liri, oggi Garigliano, a circa 400 m. dal mare. Sulla sponda sinistra-Sud si estendeva invece il bosco sacro, il Lucus Maricae a lei dedicato, oggi la pineta di Baia Domizia.Il tempio era costruito con blocchi di tufo grigio provenienti dalle cave a sud del monte Massico.

Secondo alcuni miti romani accolti da Virgilio nell’Eneide, da Fauno (divinità dei campi e della pastorizia, primo re del Lazio) e Marica nacque Latino, che successe al padre e promise in sposa la figlia Lavinia, già fidanzata di Turno re dei Rutuli, ad Enea esule da Troia. Era anche detta l”incantatrice” o la “maga” perché si diceva fosse brava a trasformare gli uomini in animali.Il mito spesso si sovrappone a quello della maga Circe o della ninfa Calipso con le quali viene spesso confusa.

Secondo il poeta Claudiano,che ne parla in un suo panegirico, il bosco era un querceto (querceta Maricae), probabilmente costituito da Lecci ed alloro. Plutarco riferisce che, secondo le norme del rituale, tutto quello che veniva introdotto nel bosco non potesse essere asportato,ed era assolutamente vietato tagliare gli alberi. I romani portavano le offerte nel bosco in genere costituite da primizie, vino ed altri frutti della terra, i cosiddetti satura lanx e piccole statuette votive in terracotta. I riti per onorare la ninfa erano molto semplici, bruciare un’erba odorosa su un’ara o sugli altri altari improvvisati con rami d’albero, o gettare nell’acqua del fiume o della palude coroncine di fiori oppure le statuette votive in terracotta. Nel bosco i luoghi più sacri erano le sorgenti, le radure, i massi di roccia, le caverne naturali, le cascatelle dei fiumi, gli stagni, gli alberi, una zona satura di funghi, o piante acquatiche, o piante medicamentose. Nel traversare un bosco, nel raccogliere erbe curative o mangerecce selvatiche, nell’attingere acque a una fonte o nel bagnarsi in un fiume, ci si rivolgeva alla ninfa del luogo e le si faceva una preghiera e un’offerta.

Il bosco era allora circondato da un’estesa e profonda palude ,la cosiddetta “paludem maricae” che si estendeva su entrambe le sponde del fiume. E il Liri lo attraversava prima di allargarsi alla foce.

Nelle paludi di Marica trovò rifugio il console Gaio Mario ,nell’88 a.C.,per salvarsi dai sicari inviati da Silla per ucciderlo.

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